Largo al bio? Per l'obiettivo Ue servono semi

Il futuro è nei semi nascosti. Il pianeta ospita un’enorme ricchezza di forme di vita che, per quanto riguarda quello che arriva sulla nostra...

Ultimo aggiornamento:17/10/2020 12:09:07

Il futuro è nei semi nascosti. Il pianeta ospita un’enorme ricchezza di forme di vita che, per quanto riguarda quello che arriva sulla nostra tavola in buona parte abbiamo dimenticato, perché abbiamo puntato tutte le nostre carte alimentari su un pugno di specie. La Fao ricorda che ci sono più di 6 mila tipi di piante coltivate a fine alimentare, ma appena nove specie rappresentano oltre due terzi di tutta la produzione agricola.

La fragilità di un sistema alimentare così gerarchizzato è ora esasperata dall’intrecciarsi della crisi climatica, della crisi ambientale e della crisi sanitaria. All’agricoltura vengono imputati il 60% della perdita di biodiversità, il 24% delle emissioni di gas serra e il 33% del degrado del suolo. Per questo l’Unione Europea ha deciso di adottare due strategie in difesa della sicurezza ambientale e alimentare: quella sulla biodiversità, che prevede di restituire alle api, agli uccelli migratori e alle altre forme di vita il 10% dei campi, e Farm to Fork, che prevede di far arrivare entro il 2030 i campi biologici al 25% della superficie agricola del continente. Un’estensione tre volte maggiore di quella attuale rispetto alla media dei Paesi Ue. Tra le poche eccezioni, l’Italia, che vanta una superficie coltivata a biologico ben maggiore, che arriva oggi fino a quasi il 16% del totale. Ma l’obiettivo 25% di campi bio che l’Europa si è data rischia di essere difficilmente sostenibile senza che ci siano i semi adatti. L’industria sementiera si è concentrata per decenni sulle necessità dell’agricoltura intensiva: ha fornito ibridi da abbinare a un uso robusto di pesticidi per produrre piante ad alta resa produttiva. Mentre oggi cresce il bisogno di piante robuste, capaci di adattarsi al clima in cambiamento, e di trarre dal terreno invece che dalla chimica di sintesi le risorse necessarie alla crescita.

Migliorare la produzione di semi in linea con la strategia europea della difesa della biodiversità è l’obiettivo della Fondazione Seminare il Futuro che collabora con l’Università di Pisa a una sperimentazione su 250 linee di grano duro provenienti dall’Italia e dal Mediterraneo di cui si parla domenica prossima nell’iniziativa di ‘semina collettiva’ che si tiene a Cascine Orsine, a pochi chilometri da Milano. Serve selezionare nuove varietà adatte al bio e alla difesa dei suoli fertili perché – spiegano gli esperti coinvolti nello studio, il primo di queste dimensioni in Italia – “antico non basta: il biologico si deve attrezzare non solo per avere piante adatte alla concimazione organica, ma anche contro il cambiamento climatico e l’insorgere delle nuove patologie vegetali collegate”, tra cui la nuova minaccia della ruggine nera, una malattia del grano finora conosciuta solo sulle coste africane che sta velocemente risalendo la penisola.

Dunque serve più ricerca, come sottolinea Fausto Jori, amministratore delegato di NaturaSì, la società che sostiene con la Fondazione Seminare il Futuro questa sperimentazione: “Ad oggi la ricerca è spinta per lo più verso un unico traguardo: avere piante che vivono solo in terreni concimati in maniera chimica. Abbiamo bisogno di innovazione per selezionare varietà che si adattino alle diverse esigenze agricole e nutrizionali delle nostre società ma che lo facciano rispettando la pianta, il suolo e la biodiversità naturale”.

La sperimentazione delle 250 linee di grano duro si basa su piante che crescono anche in aree aride del nostro Paese e del nord Africa, per selezionare quelle che si adattano meglio al nostro ambiente e per creare nuove varietà adatte alla siccità e al biologico. “L’obiettivo della selezione”, spiega Federica Bigongiali della Fondazione Seminare il Futuro, “non sarà solo avere buone rese in termini di granella, cioè della parte del grano che si trasforma in farina, ma anche in termini di paglia, che viene incamerata nel terreno per aumentarne la fertilità e la capacità di assorbimento di carbonio, e in termini di radici. Le piante biologiche, infatti, non prendono i nutrienti dai fertilizzanti chimici, ma se li vanno a cercare nel terreno ampliando l'apparato radicale”. Piante più attive, insomma, rispetto a quelle selezionate per i campi convenzionali: tra loro, i biologici le definiscono “pigre”.

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