La Terra che brucia vista dall'alto

Ho un passatempo che di solito mi procurava intenso piacere, mentre di questi tempi si è trasformato in una fonte d’ansia, quasi di sgomento: l’osserv...

Ultimo aggiornamento:12/01/2021 09:23:58

Ho un passatempo che di solito mi procurava intenso piacere, mentre di questi tempi si è trasformato in una fonte d’ansia, quasi di sgomento: l’osservazione della Terra.

Lasciate che mi spieghi.


La Terra dallo spazio è uno spettacolo incomparabile e magnifico. Parlo del Pianeta intero, da polo a polo, limpido, evanescente, che ruota nel suo modo di generare il tempo. Non parlo del panorama che si ammira dalla Stazione spaziale internazionale, che è collocata a un’orbita bassa, a circa 350 chilometri di altezza e ci offre solo una parte del tutto.


La mia osservazione della Terra – dai siti web del NOAA (Agenzia di oceanografia, meteorologia e climatologia) e dell’Università statale del Colorado – è resa possibile grazie a tre satelliti meteo geostazionari parcheggiati in orbite assai elevate sopra l’Equatore. Malgrado le loro posizioni apparentemente statiche, i due satelliti americani GOES-16 e 17 e il satellite giapponese Himawari-8 in verità sfrecciano nello spazio a undicimila chilometri l’ora: lo fanno per rimanere sempre fermi sopra il confine tra Ecuador e Colombia, rispettivamente sul Pacifico Orientale e sul Pacifico Occidentale. A quasi 36 mila chilometri di altezza sul livello del mare, di fatto girano attorno alla Terra precisamente alla sua velocità.

Australia 

I panorami che offrono sono straordinari. Il pianeta risplende in modo spettacolare nella luce fissa del Sole. È bianco e blu, verde, color ocra e marrone chiaro, con multiformi vortici luminosi di nuvole. Una linea elegantemente sottile, color acquamarina, delimita la sua parte illuminata e ne delinea il perimetro atmosferico, sfumando gradatamente verso il nero lungo il confine di passaggio tra il giorno e la notte. Vi è qualcosa di sacro in tale immagine. Fonte della vita, nonché luogo di nascita della nostra specie, merita venerazione. Ne consegue che qualsiasi danno che gli viene inferto – e lo stiamo facendo a man bassa – è una profanazione.

Australia 

È anche un palcoscenico, l’unico che abbiamo mai conosciuto. Tutti coloro che da millenni lo hanno calcato, camminandovi e arrancandovi o, per quel che importa, correndo e barcollando, dando vita a quella che chiamiamo Storia, sono semplici attori. Ma anche rispetto agli standard di questa complicata eredità, quest’ultimo periodo sembra essere completamente diverso. È più preoccupante, più globale e, con frequenza sempre maggiore, più terrificante.
Australia 

L’inverno scorso, per esempio, l’Australia ha vissuto una delle peggiori stagioni di incendi incontrollati della sua storia. La prima domenica del 2020 ho deciso di dare un’occhiata: Himawari-8 ha rivelato un’immagine tanto spettacolare quanto allarmante. Sembrava quasi che qualcuno avesse spalancato la porta di un’immensa fornace. Un pennacchio di fumo si alzava dall’area sudorientale del continente, grande due volte il Texas, con un vorticare di fiamme che si innalzavano a spirale fino a sessanta metri nel cielo. Quel fumo tossico, che aveva assunto il colore della terra da cui partiva, trasportava anche i resti di miliardi o più di animali morti carbonizzati e di innumerevoli piante, diventate stoppa e facile esca per le fiamme dopo decenni di estati sempre più torride.
Nuova Zelanda 

Con il passare dei giorni, ho osservato quel pennacchio virare verso est, superare la Nuova Zelanda e allontanarsi per migliaia di chilometri nel Pacifico color azzurro cobalto. Lì, in bella vista, sotto i miei occhi, c’era il prodotto finale di un disastro così gigantesco da aver già incenerito sei milioni di ettari di terreno, che sarebbero arrivati poi a 19mila milioni. Gli incendi in Australia hanno provocato la morte di decine di persone, hanno ridotto in cenere circa 5900 edifici e quasi certamente hanno portato all’estinzione alcune delle specie a rischio del Paese. Con una precisione iconografica quasi sconvolgente, quel pennacchio di fumo a spirale sembrava dire: “La guerra è iniziata. E la stiamo perdendo.”


Nel terzo quadrimestre dell’anno, l’estate incandescente del 2019-2020 si è spostata da sud verso nord, sotto un mantello ancora più denso di gas che accelerano a dismisura l’espansione degli incendi: l’anidride carbonica e il metano eruttati senza sosta nell’atmosfera terrestre – sottile come la buccia di una mela – da 1,4 miliardi di tubi di scappamento e da centinaia di migliaia di ciminiere delle fabbriche.

(Nasa Earth) 

Alla fine dell’estate, buona parte della costa statunitense del Pacifico era in fiamme e, con un misto di incredulità e sconforto, osservavo sia l’America del Sud sia quella del Nord. Per tutta la fine d’agosto e l’inizio di settembre, l’intero emisfero occidentale visto da GOES 16 e 17 era avvolto da un fumo blu-grigiastro, uno spettacolo davvero inquietante nel quale ampie aree di entrambi i continenti erano visibili soltanto attraverso una spessa cortina di fumo emesso dalla vegetazione in fiamme.
Amazzonia 

A differenza della costa ovest, gli incendi in America del Sud sono stati provocati da operazioni di disboscamento e roghi appiccati di proposito nell’ambito di una vera e propria offensiva contro le più grandi foreste tropicali e zone umide rimaste sul pianeta. Incoraggiati dalle politiche predatorie del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, tutti coloro che hanno interessi a loro volta predatori nel settore agricolo, boschivo e minerario hanno appiccato il fuoco al Paese intero. Alla fine di settembre, la già infernale escalation del 2019 degli incendi delle foreste appiccati di proposito è stata superata del 28%, con oltre 44 mila roghi registrati in Amazzonia e nel Panatanal nel 2020.
Amazzonia 

Osservato dallo spazio, il denso fumo che ne è risultato si estendeva per quasi sedici milioni di chilometri quadrati. Assistere a una simile follia che ci avvolge da ogni lato è profondamente inquietante. La foresta pluviale amazzonica ospita circa duecento tribù indigene. È una riserva di biodiversità di valore inestimabile, è una sorta di Arca verde che custodisce i risultati di 800 milioni di anni di evoluzione terrestre. È anche il bacino carbonifero più grande rimasto sul pianeta, in grado di ridurre il riscaldamento del clima assorbendo ingenti quantità di diossido carbonico dell’atmosfera. Ma non gli si può chiedere di assorbire ciò che resta delle sue stesse ceneri.
Amazzonia 

Nel frattempo, la costa nordamericana del Pacifico stava asfissiando sotto ondate in successione di fumo e cenere. Come in Australia, le foreste, la vegetazione arbustiva sempreverde e le distese erbose di California, Oregon e stato di Washington erano diventate pericolosamente secche e pronte a prendere fuoco per il susseguirsi di estati così roventi che, alla metà d’agosto del 2020, la temperatura nella Valle della Morte è balzata a 54 gradi centigradi, con ogni probabilità la temperatura più alta mai registrata sul pianeta Terra.
California, Usa 

Più avanti, quello stesso mese, quando mi sono collegato su GOES-17, ho contemplato la tragedia in atto. Visto dall’alto sopra il Pacifico orientale, il continente sembrava minacciato a entrambi i lati da un disastro imminente. Una fitta coltre di fumo oscurava buona parte della California e, accerchiata dalla catena montuosa delle Transverse Range, si incanalava poi verso nord, sfociando libera al largo della costa intorno a Sacramento per poi fluttuare verso il Canada. Sospesa sopra alla Costa del Golfo, tremiladuecento chilometri a sudest, vorticava invece una girandola di nuvole tanto maestose quanto spaventose: l’uragano Laura. Quella violenta manifestazione del riscaldamento degli oceani avrebbe ucciso almeno 77 persone e provocato danni per circa sedici miliardi di dollari.
Louisiana, Usa 

All’inizio di settembre, erano avvolte dalle fiamme anche ampie aree dello stato dell’Oregon e di Washington, e l’11 settembre il fumo provocato dagli incendi si estendeva per 1700 chilometri dalla costa del Pacifico settentrionale, quasi un riflesso di quello australiano di otto mesi prima.
Oregon, Usa 

Alla fonte, fuliggine, cenere e polvere hanno reso la qualità dell’aria della regione occidentale del continente la peggiore del mondo. L’intensità degli incendi ha scaraventato il fumo a un’altezza superiore di sei chilometri e mezzo rispetto alle quote raggiunte da un aereo jet in volo. Quando i venti prevalenti sono cambiati, cirri spessi come lo stato messicano di Baia California si sono allungati verso est con tonalità sorprendenti di terra di Siena, e i loro filamenti fumosi hanno tracciato sul continente onde alte 16 chilometri, rivelando qualcosa che si osserva di rado da distanze geostazionarie: rilievi verticali nell’atmosfera terrestre.
Malibu, California (Usa) 

Alla fine di settembre, lungo la costa erano andati carbonizzati due milioni e mezzo di ettari di terreno, che hanno provocato la morte diretta di oltre una ventina di persone, senza contare quelle colpite da ictus, attacchi di asma e infarti provocati dal fumo. I ricercatori dell’Università di Stanford hanno calcolato tra le mille e le tremila vittime.
Tokyo, Giappone 

Ebbene, che cosa dovremmo dedurre da questo spettacolo di yin e yang, con noi uomini che attentiamo alla gola del sud del mondo e la natura che attenta alla nostra nel nord? Chiaramente, è in corso un terribile dramma intercontinentale. Avendo seminato vento per secoli con i gas serra, adesso stiamo raccogliendo tempesta, talvolta proprio alla lettera. Se aggiungiamo la pandemia a questo quadro fatto di siccità, incendi e alluvioni, ci troviamo in presenza di una scena tratta di peso dal Libro dell’Apocalisse, nel quale il coronavirus – invisibile a occhio umano come lo è dallo spazio – riveste la parte del quarto cavaliere, mandato dalla natura per contrastare i nostri continui assalti a lei.
(Nasa Earth) 

Se la guerra è iniziata e la stiamo già perdendo, che cosa possiamo fare? O meglio, volendo porre la questione in altri termini, che cosa mi piacerebbe veder accadere in questo nuovo anno, anche se non sarò in grado di osservarlo davvero in diretta dal mio trespolo olimpico tra i satelliti?


In realtà, la nostra risposta alla pandemia sembra già indicare la strada da seguire. A fronte di una crisi esistenziale di una gravità che non si rammenta a memoria d’uomo, abbiamo dispiegato le menti migliori del pianeta, le abbiamo finanziate bene e le abbiamo lasciate libere di procedere. Dal canto loro, gli scienziati hanno potuto attingere ad abbondanti informazioni raccolte finora su come i virus penetrano nei nostri corpi e a ben trent’anni di conoscenze ottenute a caro prezzo su come funziona e si crea l’RNA – copie sintetiche, messe a punto di proposito, di una molecola naturale integrata nei nostri geni – per produrre una risposta immunitaria all’interno delle cellule del nostro corpo. Tutto ciò ha dato i suoi frutti in maniera spettacolare, senza contare che è stato ottenuto in tempi record: mesi invece degli standard precedenti di una decina d’anni o più.


Adesso dobbiamo fare progressi immediatamente con un altro sforzo globale ininterrotto. Immaginate ciò che l’ingegno umano sarebbe in grado di produrre se avesse briglia sciolta in un’azione similmente coordinata e ben finanziata mirata a risolvere una volta per tutte la crisi del clima. La buona notizia è che, come nel caso dei nuovi vaccini RNA, possiamo accedere a un corpus significativo di ricerche già esistenti che coprono la produzione di energia elettrica senza emissione di anidride carbonica, strategie per la conservazione dell’energia, la cattura e lo stoccaggio della CO2, la riforestazione globale e uno sforzo intercontinentale per realizzare una rete ad alto voltaggio a corrente continua più efficiente del 40% rispetto a quella alternata, e pertanto in grado di controbilanciare le fluttuazioni quotidiane nei sistemi di produzione energetica da fonte eolica e solare.


In sintesi, quello che ci serve è abbinare con tutti gli aiuti a disposizione il Progetto Manhattan e il Piano Marshall, solo che questa volta sarà finanziato da tutte le economie più importanti del mondo e sarà guidato dalle più grandi: Stati Uniti, Unione europea e Cina.


Uno dei caratteri distintivi dei virus di maggior successo è che alla fine smettono di uccidere chi li ospita, si adattano e vivono in simbiosi con loro. In caso contrario, rischiano di raggiungere un vicolo cieco nell’evoluzione. Per quanto mi riguarda, sono stufo marcio di osservare con orrore e disgusto quello che stiamo facendo al nostro mondo, il mondo che ci ospita, il luogo dove è nata ogni forma di vita che conosciamo. La Terra sta girando sotto la luce del sole, e la sua temperatura sta aumentando in modo inesorabile. Sta a noi farle passare la febbre. Dopotutto, siamo noi ad averla causata.

Michael Benson è uno scrittore e artista che al momento vive a Ottawa.

Traduzione di Anna Bissanti

©2020 The New York Times Company

Let's block ads! (Why?)

Continua a leggere su Repubblica