Coronavirus in Thailandia. Gli elefanti "da turismo" a rischio sopravvivenza: e gli ambientalisti si alleano coi "camp"

Sottoalimentati, spesso incatenati per ore che paiono interminabili anche a noi umani costretti a domicilio, la maggior parte degli elefanti "impiegat...

Ultimo aggiornamento:31/03/2020 14:30:57

Sottoalimentati, spesso incatenati per ore che paiono interminabili anche a noi umani costretti a domicilio, la maggior parte degli elefanti "impiegati" nel settore del turismo in Thailandia rischiano di soffrire o di morire di fame e di stenti, o di cadere vittime del commercio illegale, nella migliore delle ipotesi come animali da trasporto merci, o di essere venduti agli zoo.

Risuona quasi paradossale, dopo che per anni le associazioni ambientaliste hanno lamentato le condizioni precarie dei circa duemila pachidermi che fino a oggi (ieri) venivano utilizzati nell'universo del turismo di massa, ora per trasportare le persone, ora per soggiacere al loro desiderio di vederli esibirsi in presunte dimostrazioni di abilità e intelligenza egli show di tipo circense, ma ora la situazione è cambiata. E decisamente in peggio.

E mentre il Rama X (il re playboy del Paese asiatico, X perché decimo della dinastia regnante, Rama come incarnazione della divinità induista Vishnu) se la spassa nell'autoisolamento dorato in Baviera, con l'universo della vacanza planetaria in paralisi pressoché totale, con gli ospiti delle aree naturali tailandesi decimati, i grandi mammiferi - e i loro proprietari - non sembrano in grado di mantenersi, a cominciare dai 300 kg di cibo vegetale che ogni esemplare in cattività deve incamerare per sopravvivere e della necessità stessa di prepararglielo e portarglielo fisicamente. Gestori dei "camp" a tema e ambientalisti - una volta tanto in sintonia - mettono in guardia dalla prospettiva di un periodo di fame e sfruttamento e reclamano a viva voce un piano di salvataggio.

"Il nostro capo sta facendo il possibile, ma non abbiamo denaro - racconta all'agenzia di stampa France Presse Kosin, un mahout (conduttore di elefanti) del campo di Chiang Mai, nel quale il suo elefante Ekkasit sopravvive con una dieta ristretta. Chiang Mai è un importante epicentro del turismo di massa nell'area settentrionale del Paese asiatico. Le sue colline ondulate sono disseminate di aree naturali proposte come "elephant camp": le condizioni in cui versano gli animali differiscono da area ad area, spaziando dallo sfruttamento vero e propri a trattamenti per quanto possibile umani.

Le immagini che Afp ha ricevuto dalla Thai Elephant Alliance Association da un altro campo mostrano comunque una realtà, o quantomeno un'importante parte di questa, costituita da animali con le catene alla base dei piedi, legati a pali di legno, alcuni che muovono ossessivamente la testa in avanti e all'indietro, palese effetto dello stato di stress in cui versano. Theerapat Trungprakan, presidente dell'associazione conferma che 2000 pachidermi sono al momento "disoccupati". La scarsità di denaro cash limita la disponibilità del cibo a base di fibra utilizzato per sfamare i grandi mammiferi - che allo stato libero possono divorare intere sezioni di bosco o foresta - e detta penuria "avrà sicuramente degli effetti negativi sul loro organismo".

Se a tutto questo si aggiunge che lo stipendio medio per i mahout che dovrebbero prendersi cura degli elefanti è calato del 70 per cento, il passo è breve: una larga quota dei mammiferi  disoccupati rischia di finire nella rete del commercio illegale, in particolare come animali adibiti al trasporto di legname, sulla rotta al confine tra Thailandia e Myanmar, alla faccia di un divieto in vigore da 30 anni. "Molti altri - spiega Trungprakan -, rischiano di finire per le strade a 'mendicare' (cibo o cure, n. d. r.)". Insomma, se prima uno dei problemi più gravi ravvisati dagli attivisti che difendono il diritto degli animali era quello dello sfruttamento degli elefanti da parte dell'industria del turismo, ora c'è ben altro.

Coronavirus in Thailandia. Gli elefanti "da turismo" a rischio sopravvivenza: e gli ambientalisti si alleano coi "camp"

L'industra dell'elephant watching tailandese ha cominciato a risentire gli effetti del coronavirus a fine gennaio. I visitatori cinesi, che sono la prima fonte di sostegno dell'industria turistica locale che riceve(va) 40 milioni di turisti l'anno, sono crollati dell'80 per cento a febbraio, con la chiusura delle megalopoli cinesi. Da marzo, poi, la stessa Bangkok (nel Paese ad oggi i casi di coronavirus non superano quota 1.500) si è chiusa rispetto ai Paesi occidentali.

Con gli elefanti in un crescente stato di malnutrizione, la situazione ha raggiunto "un punto di crisi", racconta Saengduean Chailert, propietaria dell'Elephant Nature Park, un santuario che ospita 80 esemplari soccorsi e curati e permette ai visitatori la sola osservazione a debita distanza, una filosofia agli opposti da quella di altre strutture concorrenti che vivono di spettacoli di natura circense o di "elephant rides". Chailert ha creato un fondo allo scopo di acquistare cibo per gli animali ed aiutare i loro conducenti in quasi 50 campi tailandesi, spaventata da uno scenario futuro composto di privazioni, sfruttamento e zoo. "Lo stress di cui soffrono gli elefanti costretti tutto il giorno in catene può indurli a cercare di spezzarle e a ferirsi - spiega lei -, il tutto in strutture che non sono più in grado di offrire loro il trattamento medico veterinario necessario in simili frangenti".

Le richieste al governo di Bangkok, affinche attivi fondi per garantire il benessere degli elefanti "da turismo" si moltiplicano. "Servono 1000 baht (circa 28 euro) al giorno per ogni elefante - spiega Apichet Duangdee, che gestisce l'Elephant Rescue Park. Liberare gli 8 elefanti del suo parco, tutti salvati o recuperati da un'esistenza da animali da circo o da soma, e comunque abituati a vivere in semicattività, e rimetterli in libertà nella foresta equivarrebbe a una prospettiva di morte (quasi) certa: si troverebbero infatti a combattere per il territorio con i consimili abituati alla vita selvatica. Il suo programma nel breve termine è di chiedere un prestito da 2 milioni di bath (56 mila euro). E dopo, chissà.

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